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CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E
DI ALTRI FILM (SPOILER)
L'originalità della pellicola di F. di Leo sta soprattutto
nella sostenuta componente erotica, la quale assume un tono decisamente spinto
nella relazione saffica fra l'infermiera Helen (l'attrice Monica
Strebel, già con di Leo in Brucia ragazzo brucia - 1969) e la
paziente di colore Mara (Jane Garret, attrice dotata di
un volto piacevole ma anche di qualche vistoso difetto epidermico non
opportunamente velato); si
tratta però di una relazione plastica e impacciata, che si trascina fra
alti e bassi finchè una freccia scoccata dalla balestra dell'assassino
corre a porre "rimedio" alla situazione.
La tematica
dell'omosessualità è spesso presente nei lavori del regista, il quale ha
dichiarato: "...tutte le donne sono bisessuali inconsce, molto di più di
quanto non lo siano gli uomini...". E non risulta difficile notare anche
una certa morale sociologica del film (altra componente tipica del modo
di fare cinema del regista), che si può riassumere così: le donne sessualmente emancipate
vengono relegate dalla società in cliniche di correzione.
Fra gli attori protagonisti emergono un Klaus Kinski un po' spaesato ma
sempre efficace e due attrici di grande bellezza: la giunonica Rosalba Neri
e la sensuale Margaret Lee. Quest'ultima, dopo un prolifico trascorso di commedie con Totò ed il duo comico Franco e Ciccio, era infine giunta al genere erotico-orrorifico,
mostrando sempre con meno remori le proprie grazie.
Sul versante tecnico-narrativo si possono contestare alcuni artifizi di
montaggio (soprattutto nell'incipit) un po' fini a se stessi, ma soprattutto la palese
inverosimiglianza della sceneggiatura, da cui spiccano le bizzarre tecniche di cura del professor Osterman
(che per calmare i
bollenti spiriti di una ninfomane prescrive una doccia fredda) e
le scenografie a dir poco surreali, che includono delle pericolose armi
medioevali appese alle pareti e alla portata di pazienti psicotici. Più
interessante, invece, è il rapporto voyeuristico-feticista che
l'assassino trattiene con le sue vittime ed il clima
gotico che s'insinua tra i giochi di luci e di ombre della clinica, merito della
pregevole fotografia di Franco Villa.
Un altro dettaglio curioso del film è
anche dato dal breve lasso di tempo che
è concesso al racconto, svolto nell'arco di una sola
giornata.
Infine si notano diverse similitudini fra il film in questione
ed altre pellicole del periodo. La prima di queste si evidenzia nel thrilling
La notte che Evelyn uscì dalla
tomba (1971) di Emilio P. Miraglia, nel quale appaiono ugualmente un
lugubre maniero al cui interno si trovano delle armi medioevali ed
altri strumenti di tortura. Un'altra similitudine appare anche nel film
francese Traitement de choc (1973) di Alain Jessua, che condivide col film italiano l'ambientazione (una
clinica in Francia), le soventi nudità e la figura della donna
imprigionata in una clinica dove avvengono dei delitti. Ed è forse per
questo che in Italia il film è stato distribuito col titolo L'uomo che
uccideva a sangue freddo, un evidente richiamo al film di F. di Leo,
che si evidenzia anche nella locandina proposta dalla distribuzione
nostrana.
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