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CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E
DI ALTRI FILM (SPOILER)
La sceneggiatura firmata a quattro mani mutua abilmente personaggi e soluzioni dal
film Profondo rosso (1975) di
Argento, il nuovo thrilling di riferimento che aveva da poco soppiantato precedente
punto di riferimento, ossia L'uccello dalle piume
di cristallo (1970). Le principali somiglianze col capolavoro di
Argento si evidenziano nell'omicidio tramite
ustione di Esmeralda Messori, nella visita alla villa abbandonata (con
tanto di finestra pericolante) e nella complicità proveniente da un componente
familiare di cui gode l'assassino, il cui nome, Carlo, è il medesimo di uno dei protagonisti del
film di Argento.
La messinscena dei delitti è all'altezza delle aspettive. Dalla truce forchettata in bocca ad Esmeralda Messori,
al soffocamento nella
vasca da bagno di
Bozzi, quasi tutti raggiungono buoni livelli di suspense, in special
modo ques'ultimo, supportato da un montaggio molto veloce che però mette
in risalto anche il corpicino scarno dell'attore, che non risulta di
certo un belvedere. Anche la fotografia inizialmente non
è delle migliori (spesso limitata in ambienti
chiusi), ma nel secondo tempo migliora, assieme alla vicenda,
nella quale il regista, libero dagli schemi produttivi soddisfatti nel
primo periodo, riesce ad imprimere la sua riconoscibile impronta.
Un'altra felice intuizione del film di Bido si riscontra anche nel movente
"eticamente giustificato" che spinge l'assassino al delitto.
Gli indizi iniziali del caso fanno presagire che alla base dei delitti ci sia una pulsione
persecutoria razzista;
viene anche fatto credere anche che le vittime
siano di etnia ebrea: esse infatti svolgono quei lavori che un tempo
erano di escusiva competenza di quell'etnia (Dezzan è un farmacista, Bozzi
un usuraio). Questa premessa viene però sorprendentemente disattesa,
come nella miglior tradizione Hitchcockiana, quando il protagonista
Lukas inizia a maturare i primi frutti delle sue le indagini, per venire
successivamente a scoprire che l'assassino agiva unicamente per vendicare la sua
famiglia data in pasto ai nazisti dalle sue stesse vittime.
Si evidenziano inoltre alcune curiose analogie con la matrice persecutoria
razzista. La prima è nella scelta dell'attrice Inna Alexeievna (la
vecchina in casa delle sorelle Ferretta), la quale aveva già recitato
nel film Il giardino dei Finzi Contini (1970),
dramma ambientato negli anni
Trenta dove si raccontano le vicende di una famiglia fatta oggetto delle discriminazioni contro gli ebrei.
Un'altra analogia è poi presente anche nella locandina scelta per
rappresentare il film, che
ricorda molto da vicino alcune opere dell'espressionismo tedesco, genere nel
quale non era affatto estraneo l'elemento della follia.
Tornando alla sceneggiatura, per rivelare le pulsioni che spingono Carlo
al delitto viene adottata la classica "spiegazione finale". Ed è proprio
in tale sequenza che si notano quegli occhi azzurri e lucenti ("di
giada") di Carlo ("il gatto" ovvero l'assassino), che forse in qualche
modo potevano svelarne le reali intenzioni. Tuttavia, quegli
"occhi di giada" menzionati dal titolo e che si intravedono sullo
schermo un attimo prima del compiersi dei delitti come un ricordo ossessivo
stampato nella mente dell'assassino, appartengono in realtà ad un
pupazzo che stringeva fra le braccia la sorella dell'assassino (ben
visibile in una foto di famiglia) prima che questa venisse consegnata ai
tedeschi.
Alcuni di questi particolari, tuttavia, spesso sfuggono allo spettatore
medio, forse per colpa della "falsa pista" in cui compare il personaggio
estraniante di Pasquale Ferrante, il quale complica la struttura del
giallo.
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