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CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E
DI ALTRI FILM
Dopo l'esperimento di Spasmo (1974), Lenzi si concede nuovamente al
thrilling più ordinario, rinunciando ai richiami etico-psicologici dei
suoi primi film gialli. Seppur con un budget molto ridotto e con qualche sbavatura
alla regia (anche nella
stessa messa a fuoco dell'immagine), il film si avvale di
diversi
motivi di interesse: dalla folcloristica ambientazione spagnola ai
sanguinolenti omicidi compiuti in pieno giorno (di cui il migliore è quello
della servetta gettata in pasto ai maiali), allontanandosi in modo
inusuale dalle atmosfere
notturne e dai luoghi tetri così cari al genere.
La sceneggiatura, firmata da Lenzi e Tusell, seppur poco originale anche
nella classica figura del commissario che risolve l'ultimo caso prima
della pensione, surreale quando
vede l'assassino trapiantarsi la cornea della vittima dopo averla
estratta "chirurgicamente" con un pugnale o quando la compagnia di
turisti decide di continuare la gita nonostante la decimazione in atto, rimane comunque valida per
mantenere viva l'attenzione e la
curiosità dello spettatore, guidato, fra un omicidio e l'altro, da tentativi di depistaggio
a dir il vero un po' ingenui ad opera di un gruppetto di turisti che più
eterogeneo e bizzarro di così era difficile immaginare, come ad esempio
l'emblematico personaggio del reverendo Bronson, il quale stranamente non si scompone affatto di fronte alla coppietta
lesbica interraziale dichiarata che si porta al seguito. Ingenui
risultano
anche i tentativi di far passare come americani i personaggi, dalla
ragazzina Peggy vestita con una
maglietta a stelle e strisce, al il sig. Hamilton, che fuma perennemente
sigari cubani e porta nottetempo il cappello da cowboy.
Numerosa quindi è la schiera di interpreti, composta
sia da attori italiani che spagnoli, come produzione impone. Dal reparto
maschile si segnalano, oltre all'onnipresente caratterista John Bartha
(italiano di adozione, qui assieme al compatriota ungherese Tom
Felleghy), i bravi
John Richardson, George Rigaud e Raf Baldassarre, mentre risulta un po'
sprecato Daniele Vargas. Dal cast femminile si evidenzia in
particolare la prova
di Martine Brochard, la più impegnata in parte e magnifica nella
scena finale in cui, completamente folle, cerca
di sostituirsi l'occhio di vetro con quello della sua vittima.
Da notare a questo proposito come Lenzi abbia progressivamente
abbandonato, dai suoi primi film gialli, la matrice logica
dell'omicidio per convolare a quella più argentiana del trauma scatenante.
Sempre approposito del ruolo della Brochard, si noti con quanta
frequenza il suo personaggio utilizzi gli occhiali scuri (forse per
celare
la sua menomazione) e la sua tendenza a tener leggermente socchiuso l'occhio sinistro (soprattutto
dapprincipio
del film). Vanno poi menzionati, a carico del suo personaggio, almeno due indizi di colpevolezza (a
conferma dell'onestà di Lenzi nei confronti del
linguaggio del giallo): il suo profumo
"Arabesque" ritrovato su di un impermeabile perduto dall'assassino e le
scarpe sporcate dopo l'omicidio della servetta. Le altre interpreti,
fra cui le starlette Silvia Solar e Ines Pellegrini, servono
più che altro come "guarnizione" alla storia; tra queste però non
passano inosservate la
statuaria Mirta Miller nella parte della fotografa lesbica
spesso e volentieri in desabie ed una giovane, pienotta quanto granitica Verónica
Miriel, futura Marisol in Un sacco bello (1981) di Verdone.
E' innegabile poi una certa somiglianza tra questo film e Tenebre
(1982) di Dario Argento, il quale vi ha chiaramente tratto
ispirazione per la sua opera per quanto riguarda il reparto
simbolico: dall'incipit realizzato all'aereoporto con la
moglie che insegue il marito, il quale per tutta la vicenda è tormentato
dalla figura della donna malata di nervi (con tanto di pasticca
curativa che appare in entrambi i film), per continuare coi delitti compiuti impunemente
sotto la luce del sole
ed il flashback di un vecchio crimine (avvenuto a Barlington in
Gatti rossi..., nel Rhode Island in Tenebre ed in entrambi i
casi nei pressi di una piscina).
E' Lenzi invece a
copiare Argento quando mostra nel film una foto che ritrae per caso l'assassino,
la quale segna anche la morte per il suo fotografo (come ne Il gatto a nove code -
1971), oppure quando mostra il particolare rivelatore dell'identità
dell'omicida, ovvero la mano "non-mancina", come la mano che "non-impugna"
il coltello dell'assassino in L'uccello dalle piume di cristallo
(1970) di Argento. Anche il finale stesso, col protagonista che si
allontata in aereo - già rivisto in La morte cammina coi tacchi alti
(1971) di Luciano Ercoli - pare di chiara ispirazione argentiana. Altre scene riproposte da Lenzi
e già presenti in altri
film sono quelle in cui l'assassino fà credere alla vittima di aver
raggiunto la salvezza facendola
uscire dal luogo in cui è rinchiusa per farla precipitare proprio
fra le sue braccia (da I corpi presentano tracce di violenza carnale
- 1973 di S. Martino) e la scena dell'omicidio della ragazza nel tunnel
degli orrori (da Ragazza tutta nuda assassinata nel
parco - 1972 di A. Brescia).
In ultima analisi va analizzato il curioso titolo zoonomico: I "gatti rossi" sono i
gitanti in visita a Barcellona dopo aver indossato gli impermeabili
rossi ("Quello che ho visto è come un gatto rosso che mi passava
davanti...") il "labirinto" è inteso come il vortice senza
via di uscita in cui
si trovano i protagonisti ("Dobbiamo uscire da questo labirinto a
qualsiasi costo..."), mentre il "vetro" nasconde abilmente la
caratterista peculiare dell'assassino, l'occhio finto.
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