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GATTI ROSSI IN UN LABIRINTO DI VETRO

CAST ARTISTICO

Martine Brochard

..

Paulette Stone
John Richardson

..

Mark Burton
Ines Pellegrini

..

Naiba Levin
Andrés Mejuto

..

Commissario Tudela
Mirta Miller

..

Lisa Sanders
Daniele Vargas

..

Robby Alvarado
George Rigaud

..

Reverendo Bronson
Silvia Solar

..

Gail Alvarado
Raf Baldassarre

..

Martinez
José María Blanco

 

Marta May

..

Alma Burton
John Bartha

..

Sig. Hamilton
Olga Pehar

..

Sig.ra Randall, madre di Peggy
Verónica Miriel

..

Jenny Hamilton
Olga Montes

 

Richard Kolin

..

Sig. Randall, padre di Peggy
Rina Mascetti

..

Infermiera
Fulvio Mingozzi

..

Poliziotto
Vittorio Fanfoni

..

Non appare
Francesco Narducci

..

Receptionist all'hotel Presidente
Tom Felleghy .. Medico legale
Lorenzo Piani

..

Non appare
Nestore Cavaricci (non accredit.) .. Poliziotto

CAST TECNICO

Regia

..

Umberto Lenzi

Soggetto 

..

Félix Tusell

Sceneggiatura ..

Félix Tusell

Umberto Lenzi

Fotografia

..

Antonio Millán

Musiche

..

Bruno Nicolai

Montaggio

..

Amedeo Moriani

Aiuto regia

..

Angel G. Gauna

Produzione

..

Estella Films (Spagna)

National Cinematografica (Italia)

DATI ADDIZIONALI

Anno

..

1975

Durata

..

89'

Formato schermo

.. 2.35:1

Conosciuto anche come

.. Eyeball

Edizioni in DVD

..

Marketing-Film (2002)

NextVideo (2007)

Scheda su

..

TRAMA

Un gruppo di americani in gita a Barcellona si trova preda di un ignoto assassino che uccide giovani donne a cui strappa poi l'occhio sinistro. La polizia sospetta fortemente il pubblicitario Mark Burton, ma questi ritiene che la responsabile dei delitti sia sua moglie Alma, già malata di nervi.

COMMENTO

Capitolo conclusivo della quadrilogia thrilling di Lenzi, ne risulta il più convenzionale e cumulativo di elementi del genere. Consolidato lo schema argentiano ma tralasciando il virtuosismo per la messa in scena dei delitti, il film si articola con vivacità grazie ad una discreta sequela di delitti e ad una piacevole varietà di locations articolate fra Barcellona e Sitges. Ordinaria la prova degli attori, fra cui emerge quella di Martine Brochard. Le riconoscibilissime musiche di Nicolai, di cui va ricordato il brano Barlington, riportano alla memoria quelle già composte per Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? (1972).

 

CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E DI ALTRI FILM

 

Dopo l'esperimento di Spasmo (1974), Lenzi si concede nuovamente al thrilling più ordinario, rinunciando ai richiami etico-psicologici dei suoi primi film gialli. Seppur con un budget molto ridotto e con qualche sbavatura alla regia (anche nella stessa messa a fuoco dell'immagine), il film si avvale di diversi motivi di interesse: dalla folcloristica ambientazione spagnola ai sanguinolenti omicidi compiuti in pieno giorno (di cui il migliore è quello della servetta gettata in pasto ai maiali), allontanandosi in modo inusuale dalle atmosfere notturne e dai luoghi tetri così cari al genere.

 

La sceneggiatura, firmata da Lenzi e Tusell, seppur poco originale anche nella classica figura del commissario che risolve l'ultimo caso prima della pensione, surreale quando vede l'assassino trapiantarsi la cornea della vittima dopo averla estratta "chirurgicamente" con un pugnale o quando la compagnia di turisti decide di continuare la gita nonostante la decimazione in atto, rimane comunque valida per mantenere viva l'attenzione e la curiosità dello spettatore, guidato, fra un omicidio e l'altro, da tentativi di depistaggio a dir il vero un po' ingenui ad opera di un gruppetto di turisti che più eterogeneo e bizzarro di così era difficile immaginare, come ad esempio l'emblematico personaggio del reverendo Bronson, il quale stranamente non si scompone affatto di fronte alla coppietta lesbica interraziale dichiarata che si porta al seguito. Ingenui risultano anche i tentativi di far passare come americani i personaggi, dalla ragazzina Peggy vestita con una maglietta a stelle e strisce, al il sig. Hamilton, che fuma perennemente sigari cubani e porta nottetempo il cappello da cowboy.

 

Numerosa quindi è la schiera di interpreti, composta sia da attori italiani che spagnoli, come produzione impone. Dal reparto maschile si segnalano, oltre all'onnipresente caratterista John Bartha (italiano di adozione, qui assieme al compatriota ungherese Tom Felleghy), i bravi John Richardson, George Rigaud e Raf Baldassarre, mentre risulta un po' sprecato Daniele Vargas. Dal cast femminile si evidenzia in particolare la prova di Martine Brochard, la più impegnata in parte e magnifica nella scena finale in cui, completamente folle, cerca di sostituirsi l'occhio di vetro con quello della sua vittima. Da notare a questo proposito come Lenzi abbia progressivamente abbandonato, dai suoi primi film gialli, la matrice logica dell'omicidio per convolare a quella più argentiana del trauma scatenante. Sempre approposito del ruolo della Brochard, si noti con quanta frequenza il suo personaggio utilizzi gli occhiali scuri (forse per celare la sua menomazione) e la sua tendenza a tener leggermente socchiuso l'occhio sinistro (soprattutto dapprincipio del film). Vanno poi menzionati, a carico del suo personaggio, almeno due indizi di colpevolezza (a conferma dell'onestà di Lenzi nei confronti del linguaggio del giallo): il suo profumo "Arabesque" ritrovato su di un impermeabile perduto dall'assassino e le scarpe sporcate dopo l'omicidio della servetta. Le altre interpreti, fra cui le starlette Silvia Solar e Ines Pellegrini, servono più che altro come "guarnizione" alla storia; tra queste però non passano inosservate la statuaria Mirta Miller nella parte della fotografa lesbica spesso e volentieri in desabie ed una giovane, pienotta quanto granitica Verónica Miriel, futura Marisol in Un sacco bello (1981) di Verdone.

 

E' innegabile poi una certa somiglianza tra questo film e Tenebre (1982) di Dario Argento, il quale vi ha chiaramente tratto ispirazione per la sua opera per quanto riguarda il reparto simbolico: dall'incipit realizzato all'aereoporto con la moglie che insegue il marito, il quale per tutta la vicenda è tormentato dalla figura della donna malata di nervi (con tanto di pasticca curativa che appare in entrambi i film), per continuare coi delitti compiuti impunemente sotto la luce del sole ed il flashback di un vecchio crimine (avvenuto a Barlington in Gatti rossi..., nel Rhode Island in Tenebre ed in entrambi i casi nei pressi di una piscina). E' Lenzi invece a copiare Argento quando mostra nel film una foto che ritrae per caso l'assassino, la quale segna anche la morte per il suo fotografo (come ne Il gatto a nove code - 1971), oppure quando mostra il particolare rivelatore dell'identità dell'omicida, ovvero la mano "non-mancina", come la mano che "non-impugna" il coltello dell'assassino in L'uccello dalle piume di cristallo (1970) di Argento. Anche il finale stesso, col protagonista che si allontata in aereo - già rivisto in La morte cammina coi tacchi alti (1971) di Luciano Ercoli - pare di chiara ispirazione argentiana. Altre scene riproposte da Lenzi e già presenti in altri film sono quelle in cui l'assassino fà credere alla vittima di aver raggiunto la salvezza facendola uscire dal luogo in cui è rinchiusa per farla precipitare proprio fra le sue braccia (da I corpi presentano tracce di violenza carnale - 1973 di S. Martino) e la scena dell'omicidio della ragazza nel tunnel degli orrori (da Ragazza tutta nuda assassinata nel parco - 1972 di A. Brescia).

 

In ultima analisi va analizzato il curioso titolo zoonomico: I "gatti rossi" sono i gitanti in visita a Barcellona dopo aver indossato gli impermeabili rossi ("Quello che ho visto è come un gatto rosso che mi passava davanti...") il "labirinto" è inteso come il vortice senza via di uscita in cui si trovano i protagonisti ("Dobbiamo uscire da questo labirinto a qualsiasi costo..."), mentre il "vetro" nasconde abilmente la caratterista peculiare dell'assassino, l'occhio finto.