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CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E
DI ALTRI FILM (SPOILER)
Per quest'unica incursione nel thrilling, Tonino Valerii attinge dal
genere al lui più congeniale, il western. Tale contaminazione è visibile
non solo nella fotografia degli esterni afosi ed assolati, ma anche
nella figura del commissario Peretti, il quale, impegnato a svelare
l'intrigo, pare proprio il classico sceriffo costretto a sbrigarsela da
solo. Questi, inoltre, ha il volto di George Hilton, un'icona del cinema
western italiano. Il suo è anche l'unico personaggio di svolta nella
vicenda, in quanto agli altri interpreti (fra cui William Berger - il
cui ruolo è poco più che un cameo) non viene permesso di incidere in
maniera importante sulla scena. Ed è un bene, poichè data la
sovrabbondanza di personaggi e di indizi da seguire, il racconto risulta
già così notevolmente intricato. A sottolineare il binomio
giallo-western, vengono anche inserite alcune sequenze di un film
western (Django - 1966, di
Sergio Corbucci),
trasmesse dal televisore di una delle vittime.
Anche in questo thrilling non mancano i
rimandi più propriamente argentiani, ed anzi, la sequenza del delitto
della
giovane maestra, si apre proprio col classico pedinamento
della vittima
che si conclude
nell'appartamento di lei, dove, grazie alla tecnica della
soggettiva, lo spettatore è costretto a partecipare al terribile delitto
con la sega circolare, impressionante per il suo crudo realismo.
Un'altra scena particolarmente "dolorosa" e ben congeniata è
anche quella in cui la
bimba sequestrata, legata col fil di ferro ai polsi e alle caviglie,
cerca pietosamente di mandare un messaggio dalla finestra della sua prigione.
A confermare questo ulteriore binomio di psicologia-violenza, la
sceneggiatura insinua anche alcuni elementi psicanalitici: l'assassino è
privo di una mano, quindi simbolicamente castrato.
Altre soluzioni narrative come l’utilizzo del disegno infantile e dello specchio
rivelatore, come ingranaggi dell’intricato giallo, possono essere
poi considerati anticipatori del disegno sulla parete e dello specchio
rivelatore del celebre Profondo rosso (1975) di Dario Argento. Nel finale
poi è presente anche un esplicito omaggio allo stile di Agatha Christie,
quando il commissario, attorniato da tutti i sospettati, si pronuncia in
un lungo monologo esordendo con quel "mio caro assassino" che dà
il titolo al film.
Curiosità: nella scena notturna del rapimento di Oliviero Moroni (al 61° minuto) avviene uno strano "salto" della pellicola. Tale
"fenomeno", presente in ogni edizione del film, è forse stato causato
in fase di post-produzione. Il movimento rotatorio che
subisce l'immagine, percepibile in una manciata di secondi,
pare essere lo stesso che si realizza nel cambiare un obiettivo alla
macchina da presa. Infatti, dopo
tale "fenomeno", si nota subito che l'immagine ha acquisito uno zoom diverso da
quello della scena antecedente. E' perciò ipotizzabile che l'operatore
addetto alla fase di telecinema abbia cambiato l'obiettivo per tale
scena senza interrompere le riprese. Di conseguenza, dopo tale svista, anche la parte di film
rimanente potrebbe risultare più "zoomata" rispetto alle riprese originali.
Per un resoconto sulla
sceneggiatura puoi consultare questo schema

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