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CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E
DI ALTRI FILM (SPOILER)
Sintetizzando il film in una frase si può affermare che il thrilling di Predaux vale di più per come viene raccontato
che per quello che racconta. In effetti l'intreccio non è particolarmente originale
ed alcune situazioni e personaggi restituiscono il senso di "già visto".
A cominciare dall'incipit, un chiaro rimando al classico Hitchcockiano La
finestra sul cortile (1954). Ma è
qui che interviene la sapiente mano del regista, la quale riesce a
ravvivare ogni momento grazie ad una direzione elegante ed ispirata,
in una continua ricerca di nuove soluzioni visive, per imprimere un proprio marchio in un contesto
già calcato da molti.
Non di rado la macchina da presa diventa un tutt'uno con lo sguardo
dell'assassino e la regia risulta particolarmente convincente proprio
nelle scene dei delitti, avvalendosi anche di ottimi effetti speciali. Tutti gli omicidi del film meritano una
citazione. I più importanti sono
quello del caldarrostaio Rocco e quello della vecchietta Marta. Nel primo, il
rasoio, oggetto di culto maniacale per l'assassino ed arma prediletta
del genere (L'uccello dalle piume di cristallo, Sette scialli
di seta gialla...), squarcia di netto la
gola del caldarrostaio; nonostante l'ottima funzione dell'effetto
sanguinolento, questo però non viene però mai considerato il fine ultimo
della sequenza, ma piuttosto la degna conclusione di una macchina di
suspense che il regista mostra di saper manovrare con visibile ingegno.
E' interessante, a questo proposito, scoprire che le migliori sequenze
dei delitti si verifichino ai danni dei personaggi più reietti: il
caldarrostaio che vive in una baracca, la povera signora anziana che dimora in un palazzo lugubre e fatiscente. E forse è anche per questo
che le sequenze di uccisione appaiono più vere ed angoscianti, in quanto
rivolte a delle persone comuni che oltretutto vivono nella miseria. Sempre
supportato della colonna sonora efficacissima del maestro Pregadio,
anche il
secondo omicidio, quello della vecchietta Marta (Nerina Montagnani), risulta ancor più ad effetto del primo.
Il merito, come prima, è sia dell'azzeccata fotografia, che della solida mano di Predaux,
capace di costruire con dei primissimi piani una tensione palpabile
ed altissima, sempre soddisfatta dal finale di sangue. Segue poi l'omicidio di Ines (Rosita Toros), che
si conclude con un tocco di stile col primo piano fisso sul parabrezza
insanguinato all'interno dell'auto, impossibile da ripulire dal
tergicristalli azionato per la pioggia battente. Quest'ultimo, anche se meno suggestivo
dei precedenti, è tuttavia anticipatore di un altro delitto del tutto
simile nel film Tenebre (1982) di Dario Argento.
C'è poi il delitto della ballerina Magda (interpretata
dalla bellia e brava Cristina Tamborra), in cui il rasoio del
maniaco troverà la più ampia soddisfazione, straziando il corpo statuario
della ragazza, avvolto in un lenzuolo. La Tamborra è anche al centro di
un altro momento significativo del film, quando, sempre accompagnata
dalla musica per pianoforte del maestro Pregadio, si esibisce in una
danza di deliziosa sensualità.
I momenti di eros presenti nel film sono offerti da una delle madrine del genere,
l'attrice Susan Scott, che alla bellezza fisica aggiunge
un forte magnetismo, misto di fascino e simpatia. La Scott è inoltre
protagonista di un grande momento di suspense, ovvero della sequenza in cui deve
"addescare" l'assassino in un parco di notte: una scena raggelante in cui dimostra
ancora una volta una solida e convincente interpretazione. Completano il
reparto di bellezze femminili la caratterista Rosita Toros e la misconosciuta Anuska Borova, mai più intravista al cinema,
la quale mostra
frequentemente la sua arma più affilata, il sorriso, disarmante e
malizioso. Anche il reparto maschile è di tutto rispetto. Protagonista
assoluto è l'austriaco Robert Hoffman, particolarmente affascinante con
quella sua lunga chioma bionda e quegli occhi azzurri che spesso si
scontrano con quelli altrettanto cristallini dell'iberico George
Martin. Da non dimenticare anche il carismatico
Simón Andreu,
già visto assieme alla Scott nei thrilling di Luciano Ercoli, ma qui meno
incisivo.
Merita una nota a parte la "spiegazione finale"
del movente dell'assassino, la quale, stranamente, differisce nella versione estera
del film da quella italiana. Nella versione italiana, Marco viene
tacciato come un paranoico che uccideva le ballerine per liberarsi dal
suo insuccesso nel campo artistico. Nella versione estera invece, si
racconta che Marco uccideva le ballerine per vendicare, in maniera
deviata, la sua amante Lidia, una ballerina rimasta claudicante dopo un
incidente. Con questa variante, la scena del secondo rapporto amoroso fra la Borova e
l'Andreu prende tutt'altra forma. In tale sequenza infatti, mentre Marco
suona il piano, è Lidia, l'amante, che si offre a lui spogliandosi, non
la compagna Silvia (con la quale lui si fingeva impotente) come viene
fatto credere. Ed è da questo particolare che il
regista suggerisce come si sarebbe potuta intuire l'identità
dell'assassino (tale sequenza infatti viene rimontata anche nella
"spiegazione finale"). Nella versione italiana purtroppo il
movente risulta
futile e grossolano, e non spiega affatto in modo convincente il perchè
l'assassino si fingesse zoppo, dettaglio che invece diventa più
plausibile nel discorso della vendetta per l'amante claudicante.
Sempre parlando della sceneggiatura, si nota anche un "ripescaggio" di una
delle situazioni topiche del film Il gatto a nove code (1971) di Dario
Argento, ovvero di quando i protagonisti si addentrano nottetempo in una villa
alla ricerca di indizi. E viene riproposta anche la
medesima battuta: "furto con scasso, due anni e sei mesi" (che
invece nel film di Argento erano "...tre
anni e sette mesi"). Tale
situazione, con le dovute varianti, verrà utilizzata ancora da Pradeaux nel seguente
Passi di morte perduti nel buio (1977).
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