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CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E
DI ALTRI FILM (SPOILER)
Ambientato a Genova (ma senza particolari riferimenti alla città) e girato
quasi interamente in un vastissimo condominio (che per la stranezza
degli inquilini potrebbe ricordare quello del film Rosemary's Baby -
1968, di Polansky), il bel giallo di Carmineo si ricorda soprattutto per
la felice coralità di personaggi e le intuizioni tipiche da giallo
all'italiana.
Protagonista indiscussa è l'Edwige nazionale, nel ruolo di Jennifer,
donna bellissima e tormentata, in balia degli eventi, in lotta contro un
passato tutt'altro che tranquillo - esattamente come accade in Lo strano vizio della
signora Wardh (1971) e Tutti i colori del buio (1972),
film entrambi diretti da Sergio Martino. Anche il look dell'attrice
rispecchia quello dei film di Martino: dalla chioma fulva e corvina, al trucco che ne esalta il candore della pelle
che sembra di porcellana. Il suo personaggio
è quello di una modella, e questo si potrebbe intendere come un richiamo
ideale all'ambiente "artistico" del film precursore del genere, Sei donne per l'assassino
(1964) di Mario
Bava, dove l'ambientazione era appunto quella di un atelier di moda e
dove l'assassino, fra l'altro, indossava un cammuffamento del tutto
simile a quello del film di Carmineo. Jennifer, inoltre, è perseguitata da un marito violento e
perciò si
consola fra le braccia del suo nuovo compagno Andrea, interpretato da George
Hilton (come accade in Lo strano vizio...). Quest'ultimo
soffre alla vista del sangue a causa di un trauma psicologico contratto in età infantile. Ed
ecco l'inserirsi di un altro elemento tipico del
filone: il trauma regresso che - in genere - tende a scatenante una follia omicida
latente. Un collegamento che però scopriremo essere,
almeno qui, infondato. Tuttavia, per buona parte della vicenda,
i sospetti della polizia, ed anche quelli della
protagonista, si concentrano proprio su Andrea. E questo risulta un
buon espediente per
depistare anche i sospetti dello spettatore.
Coinquilina ed amica di Jennifer
è Marylin, interpretata dalla brava attrice Paola Quattrini che, grazie
alla sua brillante ironia, alterna ai momenti di paura una comicità
vivace ed intelligente, fino a rendersi partecipe di un'ultima
eccezionale sequenza, quella in cui viene accoltellata in pieno giorno, sotto un portico,
in mezzo alla folla dei passanti. Una scena che troveremo
riproposta in maniera del tutto simile nel film Tenebre (1982) di
Dario Argento. Proprio questo suo essere svampita ma senza eccedere
e un tantino spregiudicata,
riporta alla memoria un altro personaggio del tutto simile al suo,
presente nel film Lo strano vizio della signora Wardh ed interpretato
in quell'occasione dall'attrice Cristina Airoldi. La parte del commissario è affidata al
veterano
Giampiero Albertini,
che con tenacia ed ironia, assieme al buffo aiutante Redi (che pare
quasi un emulo di Charlie Chaplin), cerca inutilmente di svelare il
colpevole, rendendo comunque l'indagine poliziesca interessante e non
priva della sua utilità.
Fra i personaggi minori, troviamo il grande
cabarettista Oreste Lionello che, nei panni del fotografo, crea un personaggio a metà fra una parodia del David Hammings
protagonista di
Blow-Up (1966) di Antonioni ed un Woody Allen un po' effeminato del quale sembra scimmiottarne
anche il look (e di cui
egli stesso ne è il
doppiatore italiano). Un buffo e simpatico personaggio quello di Lionello,
già sperimentato in 4 mosche di
velluto grigio (1971) di Dario Argento.
Fra i personaggi di contorno si continua poi con gli enigmatici vicini di casa della protagonista: dalla ragazza
lesbica, Sheena, interpretata dall'attrice Annabella
Incontrera (solita a ricoprire questo tipo di personaggio), la quale sovemente
sfiora con delicata malizia le due fotomodelle, alla vecchina
arcigna e bugiarda, Maria Tedeschi, che nasconde il figlio sfigurato e dedito
alla lettura di fumetti neri; c'è poi la ballerina mulatta, Carla Brait,
che appare di poco vestita (specialmente in un'esibizione - quella
al night - che in molti ricorderanno per le sue sfaccettature
feticiste), il proprietario nel night ovvero il bravo caratterista Luciano
Pigozzi che incassa sonori schiaffoni, ed infine c'è l'assassino, ruolo
insolitamente ricoperto dalla vecchia guardia George Rigaud, il quale
uccide per vendicare la figlia, un movente che ricalca quello già visto
in Cosa avete fatto a Solange?
(1972) di Massimo Dallamano.
Nonostante i moltissimi punti in comune coi precedenti film del filone,
l'opera di Carmineo raramente però restituisce il senso di "già visto".
Merito, oltre della felice sceneggiatura di Gastaldi, anche della stessa regia, che dispensa
una buona tecnica: dall'uso delle lenti caleidoscopiche
per simulare un effetto psicheledico nelle orgie di sesso e droga di
Jennifer, a quello dei riflessi d'immagine catturati dagli specchi
posti a favore di camera per arricchire l'inquadratura con altri punti
di vista. Il regista non eccede in virtuosismi, ma inventa di sana pianta molte soluzioni visive, come ad esempio quella del primo
assassinio in ascensore, che verrà poi copiato di sana pianta dall'americano
Brian De Palma nel suo famoso Vestito per
uccidere (1980).
Sul piano della sceneggiatura, si nota un passaggio un po' stridente
quando il commissario consiglia a Jennifer, con un'inverosimile scarsa
cautela, di rimanere nel palazzo dove sono stati commessi i delitti, al
fine di poter acciuffare il maniaco. Risulta invece quantomeno originale la scelta di voler far affiorare, nell'attimo più teso
della vicenda, ovvero in quello in cui l'assassino stà lottando
ferocemente con
Andrea, le immagini del trauma infantile di quest'ultimo, con un
flashback scaturito dall'ennesima visione del sangue. Le immagini
traumatiche di Andrea bambino, incastrato nelle lamiere dell'auto
guidata dal padre, oltre a raccontare egregiamente una particolare
situazione in appena una manciata di secondi, aggiungono valore alla
sceneggiatura poichè completano il quadro psicologico del personaggio di
George, che altrimenti sarebbe rimasto un'incognita. E' ipotizzabile,
inoltre, che tali sequenze fossero state girate per essere montate a
brevi spezzoni durante i vari momenti del film in cui Andrea ha dei
mancamenti per la vista del sangue, ma poi dev'essersi ritenuto opportuno utilizzare tutto il
materiale in conclusione, un po' come accade in Marnie
(1964) di Alfred Hitchcock, al fine di non appesantire lo svolgimento
della trama con delle immagini estranianti alla vicenda.
Curioso il doppio finale che vede, come nel prologo, una donna
telefonare ad un'altra, di nascosto, per concordare un appuntamento
"particolare". Una sequenza precognitiva di una certa promiscuità dei
sessi diffusasi sempre di più negli anni a venire.
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