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CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E
DI ALTRI FILM (SPOILER)
Tra gli elementi di maggior rilevanza della sceneggiatura di Sei
donne per l'assassino, va evidenziato l'espediente che prevede l'agire
due diversi assassini adoperanti lo stesso cammuffamento e quindi apparenti
agli occhi dello spettatore come un unico soggetto. Una variante
narrativa che troverà la sua apoteosi nel film Reazione a catena
(1971), sempre di Bava, dove il numero degli omicidi andrà di pari passo
all’entrata in scena di nuovi assassini. Un
espediente, questo del doppio assassino, che anche Dario Argento
utilizzerà sia per la sua opera prima, L’uccello dalle piume di
cristallo (1970), che in altri suoi film a seguire (Phenomena -
1985, La sindrome di Stendhal - 1996).
Le diverse strategie per mettere in scena una serie di delitti l’uno
diverso dall’altro, elemento chiave quest'ultimo che d'ora in poi
risulterà quasi più importante dell’indagine, sono il preludio di
una prepotente accentuazione della dimensione fisica dell'omicidio,
concretizzato dal contatto, per la prima volta così violento, tra carnefice e vittima.
La partecipazione dello spettatore alla sofferenza di quest'ultima non
conosce tregua, ed anche se questi decidesse di scostarsi dalle
sue estenuanti sofferenze (in special modo quelle di Peggy,
che viene malmenata ed ustionata), è probabile che in tal caso si
trovi coinvolto dalla suggestiva architettura visiva che Bava dona
al film: dai movimenti di macchina accurati ai lunghi carrelli, all’uso
intelligente della profondità di campo atto a conferire alla composizione del
quadro molti punti di attenzione diversi. A tal proposito è da
evidenziare la sequenza del secondo omicidio, svolta all'interno di un
negozio buio, illuminato ad intermittenza come per indicare un pericolo
incombente, e immerso in un surreale contesto di luci verdi e viola che
gettano la scena in una specie di incubo ad occhi
aperti. Un uso surreale della fotografia questo, per certi versi già sperimentato
da
Riccardo Freda nei suoi film e che verrà poi ripreso da Dario Argento in due dei suoi horror
più importanti e visionari: Suspiria (1977) ed Inferno
(1980); e non a caso, in quest'ultimo sarà proprio Bava il curatore degli effetti speciali.
Va inoltre sottolineata l'importanza "iconografica" del film all'interno
del filone, ovvero nella definizione di un "look" specifico di riconoscimento
per l'assassino, che d'ora in poi verrà ripreso da quasi tutti i suoi epigoni:
guanti, impermeabile e cappello neri, volto nascosto quando non coperto
da una maschera.
Fra le scene più rappresentative della tecnica registica di Bava va
evidenziata quella in cui appare in primo piano, durante una
sfilata, la borsetta contenente il diario segreto della prima vittima,
che diventa il centro
dell'attenzione di tutti i personaggi dell’atelier in un
crescendo di suspense nell'attesa che questa venga trafugata da uno di
loro. Ma mentre allo spettatore, tramite un campo fisso, viene fatto
intendere di poter intravedere il volto del ladro o perlomeno la mano
che compierà il furto, è però solo
qualche minuto dopo, quando la scena si è risolta nel nulla e
l'attenzione del pubblico viene rivolta altrove, che la borsetta in un attimo scompare,
lasciando lo spettatore beffato. Doppiamente, poichè essendo il
diario ivi contenuto l'unico
indizio utile a risolvere il caso, questo poi viene anche bruciato
dal ladro.
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