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TUTTI I COLORI DEL BUIO

CAST ARTISTICO

George Hilton

..

Richard Steele
Edwige Fenech

..

Jane Harrison
Ivan Rassimov

..

Mark Cogan
Julián Ugarte

..

Jaron McBrian
George Rigaud

..

Dott. Burton
Susan Scott (Nieves Navarro) .. Barbara Harrison
Marina Malfatti

..

Mary
Maria Cumani Quasimodo .. Vicina di appartamento
Alan Collins (Luciano Pigozzi)

..

Avv. Franciscus Clay
Dominique Boschero

..

Madre di Jane
Lisa Leonardi (Annalisa Nardi)

..

Vicina col cane
Renato Chiantoni

..

Sig. Main, guardiano della villa
Tom Felleghy

..

Commissario
Vera Drudi

..

La vecchia nel sogno
Carla Mancini

..

Non appare
Gianni Pulone

..

Non appare
Cesare Di Vito (non accreditato) .. Poliziotto
Sergio Martino (non accreditato) .. Giornalista / Poliziotto

CAST TECNICO

Regia

..

Sergio Martino

Soggetto

..

Santiago Moncada
Sceneggiatura ..

Ernesto Gastaldi

Sauro Scavolini

Fotografia

..

Giancarlo Ferrando

Miguel Fernández Mila

Musiche

..

Bruno Nicolai

Montaggio

..

Eugenio Alabiso

Aiuto regia

..

Francisco Rodríguez Fernandez

Vittorio Caronia

Produzione

..

LEA Film

National Cinematografica - Roma

C.C. Astro - Madrid

LE VOCI

George Hilton .. Pino Colizzi
Edwige Fenech .. Rita Savagnone
Ivan Rassimov .. Luciano De Ambrosis
Julián Ugarte .. Nando Gazzolo
George Rigaud .. Gualtiero De Angelis
Susan Scott (Nieves Navarro) .. Laura Gianoli
Marina Malfatti .. Marina Malfatti
Maria Cumani Quasimodo .. Zoe Incrocci
Segretaria Dott. Burton .. Serena Verdirosi

DATI ADDIZIONALI

Anno

..

1972

Durata

..

91'

Formato schermo

.. 2.35:1

Conosciuto anche come

.. All the Colors of the Dark

Edizioni in DVD

..

Media Blasters (2005)

Alan Young (2005)

Scheda su

..

TRAMA

Tormentata da macabri incubi da quando ha perso il figlio nascituro in un incidente d'auto, Jane, temendo d'impazzire, si rivolge ad uno psichiatra e poi a una misteriosa donna che le promette aiuto attraverso le messe nere. Nel frattempo un sinistro individuo inizia a perseguitarla.

COMMENTO

Sfruttando il crescente fenomeno delle sette sataniche e la popolarità regalata loro dai media, Sergio Martino decide di dirigere un terzo thriller assieme alla sua musa ispiratrice Edwige Fenech. Il film è insieme il suo più fantastico e visionario: una favola-horror soprannaturale di vaga derivazione polanskiana, destabilizzatrice di quei canoni sulla verosimiglianza tipici del racconto giallo. L'ottima interpretazione della Fenech conferisce al suo personaggio, una donna in constante bilico fra sogno e delirio, un insolito spessore, mentre la psicanalisi freudiana, più volte citata, approfondisce intimamente i caratteri dei personaggi. Lasciano il segno anche la fotografia di una Londra fiabesca, il montaggio innovativo e l'ammaliante colonna sonora di Nicolai che propone motivi orecchiabili e di forte impatto.

 

CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E DI ALTRI FILM


Pochi minuti affacciati su di una tetra laguna, fino al calar del sole, poi il buio. La cinepresa corre in un ambiente chiuso, scuro, illuminato da pochi mobili in una stanza senza pareti. A ridosso del lettino di una partoriente c'è una vecchia che cammina sospesa da terra, c'è una donna terrorizzata a morte e quindi uccisa nel suo letto, c'è un orologio alla Dalì quasi a rappresentare il tempo che mette in crisi la memoria umana, che di esso ha una percezione assai diversa. Nel surreale prologo di Tutti i colori del buio, sequenza atta a rappresentare l'incubo della protagonista ed insieme la sua percezione sensoriale per un fatto accaduto alla madre, c'è una delle più originali dimostrazioni di talento visionario del regista, che in poche studiate sequenze crea un paesaggio da incubo, distorto nelle proporzioni da grandangoli ed effetti caleidoscopici, come a rappresentare una dimensione priva di spazio e di tempo tipica di un sogno o di un ricordo.

 

A differenza dei precedenti gialli di Martino, in Tutti i colori del buio non c'è un assassino da scoprire. L'unica ricerca è quella del confine, quasi impalpabile, tra la realtà e l'incubo. Anche la morbosità sessuale è leggera rispetto ai film precedenti e per di più legittimata dal sabba satanico. Molte e originali sono le invenzioni in sceneggiatura ad opera dello specialista del genere Ernesto Gastaldi; prima fra tutte quella del "falso finale", in cui Jennifer, ormai entrata in un irresistibile spirale di morte, vede precipitare gli eventi, col santone, rilevatosi un commissario di polizia, che l'arresta per l'assassinio di Richard e quindi che la uccide. Questa sequenza, che chiede un minimo di attenzione per essere compresa, considerando soprattutto la parte che le segue, al tempo dell'uscita del film fu però tagliata in quanto il pubblico rimproverava una certa difficoltà nel seguire gli eventi. Sempre in sceneggiatura si nota anche una curiosa somiglianza col film Una lucertola con la pelle di donna (1971) di Lucio Fulci, sia per quanto riguarda la tematica del sogno "rivelatore di eventi", sia per quanto concerne la psicanalisi a cui ricorre la protagonista.

 

Un'incoerenza narrativa non può però sfuggire però allo spettatore più attento, ovvero quando il vero commissario informa la protagonista approposito della riscossione di un'eredità proveniente dall'uomo che uccise sua madre, morto due mesi prima. Quest'ultima nota va però a cozzare con quanto raccontato nel prologo, in cui è il sicario dagli occhi di ghiaccio ad uccidere la madre di Jennifer (egli stesso ammette il delitto quando si trova nella villetta di campagna con Jennifer, dicendole di averle ucciso la madre con lo stesso coltello che tiene in pugno e che si vede anche nel prologo). Quest'ultimo però muore poco dopo per mano di Richard, il tutto poche ore prima dell'incontro col commissario. Perciò la provenienza dell'eredità enunciata dal commissario è da considerarsi del tutto errata.

 

Diversi i pregi stilistici del film, ad iniziare dalle originalissime peripezie effettuate in sede di montaggio (con tagli brevissimi ripetuti in un loop quasi a formare  un eco di immagini - tecnica riproposta anche nel film Sette scialli di seta gialla - 1972), grazie alle quali sogno e realtà vengono più volte mischiati e confusi. Ottime sono poi la confezione del film e la messa in scena, mentre tutti gli attori si ritrovano perfettamente in parte: dalla protagonista Edwige Fenech, nel ruolo ormai suo di "bella in pericolo" e con tanto di doccia voyeuristica a ringraziare i molti ammiratori, al bravo e belloccio George Hilton, stavolta nel ruolo di "buono"; non vanno dimenticate anche le altre due importanti figure femminili, quelle di Marina Malfatti, che costruisce ad-hoc un ambiguo e curioso personaggio (l'accolita logorata dalla droga e tesa al suicidio), e quella di Nieves Navarro, che sfrutta la sua potente sensualità nel personaggio doppiogiochista di Barbara. Completano il pittoresco cast, l'assassino dagli occhi di ghiaccio di Ivan Rassimov, la vecchia gloria del cinema George Rigaud nei panni dello psichiatra ed il mefistofelico e caricatissimo santone di Julián Ugarte, attore iberico sempre a suo agio in ruoli del genere, le cui sedute sataniche, benchè assai colorite, non posseggono tuttavia granchè fascino. Gustosa parte sopra le righe anche per il caratterista Luciano Pigozzi e particina per la vedova Quasimodo.