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CONTIENE ANTICIPAZIONI SUL FINALE DI QUESTO E
DI ALTRI FILM
Pochi minuti affacciati su di una tetra laguna, fino al calar del sole,
poi il buio. La cinepresa corre in un ambiente chiuso, scuro, illuminato
da pochi mobili in una stanza senza pareti. A ridosso del lettino di una
partoriente c'è una vecchia che cammina sospesa da terra, c'è una donna
terrorizzata a morte e quindi uccisa nel suo letto, c'è un orologio alla
Dalì quasi a rappresentare il tempo che mette in crisi la memoria umana,
che di esso ha una percezione assai diversa. Nel surreale prologo di
Tutti i colori del buio, sequenza atta a rappresentare l'incubo
della protagonista ed insieme la sua percezione sensoriale per un fatto
accaduto alla madre, c'è una delle più originali dimostrazioni di talento
visionario del regista, che in poche studiate sequenze crea un
paesaggio da incubo, distorto nelle proporzioni da grandangoli ed
effetti caleidoscopici, come a rappresentare una dimensione priva di
spazio e di tempo tipica di un sogno o di un ricordo.
A differenza dei precedenti gialli di Martino, in Tutti i colori
del buio non c'è un assassino da scoprire. L'unica ricerca è quella
del confine, quasi impalpabile, tra la realtà e l'incubo. Anche la morbosità sessuale è
leggera rispetto ai film precedenti e per di più legittimata dal sabba satanico.
Molte e originali sono le invenzioni in sceneggiatura ad opera dello
specialista del genere Ernesto Gastaldi; prima fra tutte quella del "falso finale",
in cui Jennifer, ormai entrata in un irresistibile spirale di morte,
vede precipitare gli eventi, col santone, rilevatosi un commissario di
polizia, che l'arresta per l'assassinio di Richard e quindi che la uccide.
Questa sequenza, che chiede un minimo di attenzione per
essere compresa, considerando soprattutto la parte che le segue, al
tempo dell'uscita del film fu però tagliata in quanto il pubblico
rimproverava una certa difficoltà nel seguire gli eventi. Sempre in
sceneggiatura si nota anche una curiosa somiglianza col film Una
lucertola con la pelle di donna (1971) di Lucio Fulci, sia per
quanto riguarda la tematica del sogno "rivelatore di eventi", sia per
quanto concerne la psicanalisi a cui ricorre la protagonista.
Un'incoerenza narrativa non può però sfuggire però allo spettatore più
attento, ovvero quando il vero commissario informa la protagonista
approposito della riscossione di un'eredità proveniente dall'uomo che
uccise sua madre, morto due mesi prima. Quest'ultima
nota va però a cozzare con
quanto raccontato nel prologo, in
cui è il sicario dagli occhi di ghiaccio ad uccidere la madre di
Jennifer (egli stesso ammette il delitto quando si trova nella villetta
di campagna con Jennifer, dicendole di averle ucciso la madre con lo
stesso
coltello che tiene in pugno e che si vede anche nel prologo).
Quest'ultimo però muore poco dopo per mano di Richard, il tutto poche
ore prima dell'incontro col commissario. Perciò la provenienza
dell'eredità enunciata dal commissario è da considerarsi del tutto
errata.
Diversi i pregi stilistici del film, ad iniziare dalle originalissime
peripezie effettuate in sede di montaggio (con tagli brevissimi ripetuti
in un loop quasi a formare un eco di immagini - tecnica riproposta anche
nel film Sette scialli di
seta gialla - 1972), grazie alle
quali sogno e realtà vengono più volte mischiati e confusi.
Ottime sono poi la confezione del film e la messa in scena, mentre tutti gli attori si
ritrovano perfettamente in parte: dalla protagonista Edwige Fenech, nel
ruolo ormai suo di "bella in pericolo" e con tanto di doccia voyeuristica a
ringraziare i molti ammiratori, al bravo e belloccio George
Hilton, stavolta nel ruolo di "buono"; non vanno dimenticate
anche le altre due importanti figure femminili, quelle di Marina Malfatti, che costruisce
ad-hoc un ambiguo e curioso personaggio (l'accolita logorata
dalla droga e tesa al suicidio), e quella di Nieves Navarro, che sfrutta
la sua potente sensualità nel personaggio doppiogiochista di Barbara.
Completano il pittoresco cast, l'assassino dagli occhi di ghiaccio di
Ivan Rassimov, la vecchia gloria del cinema George Rigaud nei panni
dello psichiatra ed il
mefistofelico e caricatissimo santone di Julián Ugarte, attore iberico
sempre a
suo agio in ruoli del genere, le cui sedute sataniche, benchè
assai colorite, non posseggono tuttavia granchè fascino. Gustosa parte sopra le
righe anche per il caratterista Luciano Pigozzi e particina per la vedova
Quasimodo.
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