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Il making of de
L'ASSASSINO E'
COSTRETTO AD UCCIDERE ANCORA
raccontato dal regista Luigi Cozzi
Dario Argento fu all'origine del mio esordio come
regista di lungometraggi nel genere del "giallo
all'italiana": nel 1973 io e lui (insieme con Enzo
Ungari) eravamo infatti a Milano, impegnati a svolgere
le ricerche storiche necessarie per la scrittura di
quello che sarebbe stato il quarto film diretto
dall'ormai celebre regista, Le Cinque Giornate, e
fu così che entrammo in contatto con un produttore
lombardo, Giuseppe Tortorella, che aveva da poco
realizzato un thriller con Duccio Tessari (La morte
risale a ieri sera) tratto da un romanzo di Giorgio
Scerbanenco e un film poliziesco di Umberto Lenzi (Milano
violenta o qualcosa del genere). Intendeva adesso
girare un giallo all'italiana e per questo volle
incontrarsi con Argento per chiedergli qualche
consiglio.
Quando l'incontro si svolse, una delle prime cose che
Dario disse a quel produttore fu che, se voleva davvero
creare un giallo coi fiocchi, doveva farlo dirigere a
me!
Fu cosi che Tortorella mi prese in considerazione come
regista, e di questo dovrà essere sempre grato a Dario
Argento, perché in quell'occasione (e in altre
successive) dimostrò in modo clamoroso che il suo
altruismo e la sua generosità nei miei confronti
andavano ben oltre qualunque rapporto professionale o di
amicizia: e nessun altro, in tutta la mia ormai lunga
esperienza professionale, si è mai più battuto tanto a
mio favore e in modo cosi totalmente disinteressato come
seppe fare lui allora...
Con Tortorella lavorammo a lungo su quel progetto di
film (Quando piange un investigatore, che però
allora in forma di sceneggiatura si intitolava La
semplice arte del delitto, ovvio omaggio a
Chandler), ma dopo vari mesi - malgrado l'appoggio che
Argento continuò a darci - non approdammo ad alcun
risultato (nel senso che non si trovò nessun
distributore interessato a finanziare la pellicola) e
cosi tutto finì nel nulla.
Nel frattempo ero tornato a Roma e, dopo aver
collaborato con Dario alla stesura di Le Cinque
Giornate e a un paio di progetti non andati e in
porto, quali Frankenstein e Fango, lavorai
pure con diversi altri produttori revisionando
sceneggiature e soggetti o partecipando alla stesura ex
novo di copioni. E, siccome ero considerato un po' come
una sorta di "braccio destro" di Dario Argento,
inevitabilmente il tipo di film che mi proponevano era
sempre lo stesso: il "giallo all'italiana"...
...Tortorella propose subito un
romanzo minore di Giorgio Scerbanenco appena ristampato
da (Garzanti, Al mare con la ragazza: lui aveva
già realizzato un film tratto da un libro dello stesso
autore e sapeva che dalla vedova dello scrittore poteva
acquistare i diritti con una cifra abbastanza modica. Mi
venne perciò affidato l'incarico di trasformare il libro
in una sceneggiatura. Al mio fianco, come collaboratore,
chiamai Daniele Del Giudice, l'altro redattore di
Ciao 2001 col quale ero rimasto sempre in amichevole
contatto anche se da tempo avevo lasciato il giornale.
Il libro di Scerbanenco raccontava quello che capitava a
due giovani balordi, un ragazzo e una ragazza, che per
caso rubano una macchina senza sapere che nel
portabagagli c'è il corpo di una donna uccisa. I due se
ne vanno per una gita al mare, nel corso della quale
accadono vari incidenti... il libro era tutto qui.
Purtroppo si trattava di uno dei romanzi meno
interessanti di Scerbanenco, uno degli scrittori più
grandi che l'Italia abbia avuto negli ultimi
cinquant'anni. Per questo io e Daniele decidemmo di
utilizzare per la nostra sceneggiatura soltanto l'idea
di partenza (due balordi rubano un'auto con un cadavere
dentro), ma di inventarci poi tutto il resto della trama
in maniera da renderla molto più interessante. Mi
ispirai a un film di Alfred Hitchcock che proprio di
recente - vedi il caso! - Carlo Infascelli aveva
rieditato con la sua distribuzione, Delitto perfetto,
con Grace Kelly e Ray Milland: da quella trama prendemmo
l'idea del marito spiantato che vuole uccidere la moglie
ricca e affida l'incarico a un killer conosciuto per
caso, e soprattutto, la figura del commissario simpatico
che forse ha già capito tutto fin dall'inizio, e la
trappola conclusiva tesa al colpevole. In più, per
andare sul sicuro e consentire alla produzione di venire
realizzata con una contenutissima spesa, ambientai buona
parte della vicenda in una villetta abbandonata sulla
riva del mare, dove i due ragazzi hanno vari (e sempre
più violenti) incontri con l'assassino di professione,
uno schema ripreso di peso dal film televisivo che avevo
appena realizzato con successo per Dario Argento (Il
vicino di casa, dalla serie di Rai-Uno La porta
sul buio).
La sceneggiatura mia e di Del Giudice piacque ai
produttori e il milanese Tortorella pensò subito che,
siccome del romanzo di Scerbanenco avevo usato giusto
l'idea dell'auto rubata con dentro il cadavere e nulla
più, tanto valeva - per risparmiare - evitare di
acquistarne i diritti. Fu così che il nome di quel
celebre - e da me molto amato - scrittore scomparve dai
nostri titoli di testa. Il film poi fu chiamato Il
Ragno, un titolo molto bello che alludeva all'idea
del marito che tesse la tela dell'intrigo per uccidere
la moglie facendola franca. In verità, me lo aveva
suggerito un paio d'anni prima Riccardo Freda: lo voleva
usare per un suo progetto, ma siccome quel suo film non
era andato in porto, glielo chiesi in prestito e lui,
molto amabilmente, me lo concesse. Così, lo utilizzai
per la mia prima pellicola da regista.
Poi, nel tardo autunno del 1973, il progetto entrò in
fase realizzativa, dopo molti mesi di ritardo dovuti
alle difficoltà incontrate per formare il cast. La mia
idea iniziale era stata infatti di usare come coppia di
ragazzi Ornella Muti e il suo compagno Alessio Orano,
mentre la giovane autostoppista svedese doveva essere
interpretata dalla formosa Gloria Guida, all'epoca non
ancora famosa, con Giorgio Albertazzi e il grandissimo
Gino Cervi (li incontrai tutti e due per discutere la
loro parte, e conservo bellissime memorie di quelle mie
ore trascorse con attori tanto bravi e famosi) in lizza
per impersonare il commissario. Poi però Carlo
Infascelli pensò bene di cercar di realizzare una
co-produzione con la Francia per risparmiare sui costi,
e tutto si complicò: quel tale personaggio non poteva
più essere interpretato da un italiano perché al suo
posto ci voleva un francese, quell'altro non andava più
bene per lo stesso motivo, eccetera eccetera. Nulla
quadrava più, anche perché nel contempo il co-produttore
francese non si trovava.
Così svanì la possibilità di avere Ornella Muti, che
aveva già accettato e che sarebbe stata la protagonista
femminile per un compenso molto basso, e si persero per
strada i vari Albertazzi e/o Gino Cervi. Venne invece il
francese Antonio Saint John, un'ottima scelta perché
aveva davvero una faccia straordinaria, da assassino:
bastava guardarlo e si capiva che era un killer. L'avevo
già notato nel film di Sergio Leone Giù la testa,
dove interpretava il cattivissimo capo della milizia
messicana, e avevo combattuto finché non ero riuscito ad
averlo: una scelta che ho sempre considerato felicissima
e che tutti hanno lodato. Antoine Saint John, tra
l'altro, era una persona straordinariamente timida e
mite, l'esatto opposto di quello che la sua faccia
faceva pensare, e con lui ebbi un rapporto lietissimo.
Molto buono fu pure il mio rapporto con George Hilton,
allora molto celebre per i personaggi dei film western,
ma che riuscimmo a ottenere a un costo molto contenuto
perché nessuno lo voleva in film ambientati ai giorni
nostri. Per la parte della protagonista femminile, la
ragazza che viene violentata dal killer, scelsi alla
fine un'attrice spagnola, perché quando il tentativo di
creare una co-produzione con la Francia fallì,
Infascelli decise di metterne in piedi una con la
Spagna. A quel punto diventò importantissima Ornella
Muti, che in Spagna allora era molto conosciuta, e il
produttore - dopo averla rifiutata - cercò di riaverla.
Ma intanto era passato più di un mese da quando Ornella
s'era dichiarata disposta a interpretare a prezzo modico
la pellicola e, nel frattempo, le erano giunte due
grosse proposte da importanti produttori italiani e lei
le aveva accettato... e cosi non era più possibile
averla. Mi dovetti accontentare allora di un'attrice
spagnola, Cristina Galbo, giovane e brava, che s'era
distinta in un film di zombi della Fida e, soprattutto,
che avevo ammirato nella bella produzione Gli orrori
del liceo femminile. Cristina abitava in quel
periodo a Roma, vicino a casa mia, ed era sposata con un
bambino: suo marito era un celebre interprete di western
all'italiana, l'attore Peter Lee Lawrence, che sarebbe
morto tragicamente nel giro di qualche anno per un
tumore al cervello, lasciandola sola.
Come ho detto, tutte queste complicazioni create da
Infascelli alla ricerca di una co-produzione straniera
(che non si trovò, alla fine, perché quella conclusa con
la Spagna si sciolse a riprese appena concluse) fecero
ritardare di parecchio la lavorazione della pellicola, e
così la storia che avevo scritta per essere girata
durante una calda estate... be', quella stessa storia
con gli attori tutti vestiti in maniche corte e con
abiti leggerissimi, fummo obbligati a girarla nel freddo
autunno di Milano in ambienti gelidi e per nulla
riscaldati: la casa abbandonata dove si svolge gran
parte della vicenda era infatti un villino vuoto nel
quartiere attorno a viale Zara, mentre le poche scene
esterne realizzate realmente al mare si svolsero a
novembre a Rapallo e lungo la costiera ligure. Tutto il
resto però, lo ripeto, fu girato a Milano (la darsena
dove l'auto viene buttata in acqua, all'inizio, è quella
del Naviglio; il commissariato è l'ufficio del
produttore Tortorella; la casa del marito, tutta di un
delirante colore giallo, è un appartamento realmente
esistente di alcuni ricchi amici del solito
Tortorella...), e il suo costo fu estremamente
contenuto: non vennero spesi più di 40 milioni, dei
quali oltre la metà non in contanti ma con cambiali o
varie forme di pagamento dilazionato, per un totale di
quattro settimane di lavorazione.
Naturalmente, nel film c'è anche un mio personale
"ringraziamento" a Dario Argento per tutto l'aiuto
disinteressato che mi aveva fornito per convincere i
miei produttori: quando si vede l'accendino
dell'assassino (un oggetto che, scoperto alla fine tra
le mani del marito della donna assassinata, ne prova il
legame col killer: un altro elemento preso a prestito
dal film di Hitchcock Delitto perfetto, dove
invece dell'accendino c'è una chiave... ma il meccanismo
è lo stesso), su di esso si distinguono chiaramente le
iniziali "D.A.". Ovviamente, stanno per "Dario Argento"!
Nei primi mesi del 1974 avvennero il montaggio e
l'edizione sonora del film, e quindi la pellicola,
finalmente completata, fu pronta per venire presentata
alla commissione di censura: fu allora che avvenne il
cambiamento di titolo. Quando Il ragno venne presentato
in censura, fu bocciato infatti senza alcuna pietà: in
altre parole, alla mia pellicola veniva proibita del
tutto la proiezione in Italia, in quanto ritenuta dai
membri della commissione statale troppo immorale e
violenta.
Quella decisione mi fece piombare nello sconforto,
perché davvero non me l'aspettavo. Comunque non mi persi
d'animo, mentre, per poter ripresentare la pellicola in
censura, il distributore ne cambiò il titolo: fu così
che il film si chiamò L'assassino è costretto a
uccidere ancora... titolo che gli è rimasto ma che,
ancora oggi, trovo orribile. Inoltre, per poter almeno
ottenere il "divieto ai minori di 18 anni" e non la
bocciatura assoluta, il film venne ripresentato con vari
tagli: per esempio, sparì tutta la sequenza alternata in
cui il killer violenta la ragazza vergine, mentre
l'autostoppista di facili costumi si concede al suo
sciocco fidanzato. E scomparvero anche varie coltellate
e un po' di sangue qua e là.
L'unica copia integrate di quel film che è rimasta fu
dunque quella che riuscii a portare via io, quella che
aveva ancora il primo titolo, Il ragno... e per fortuna
è proprio quella copia che è stata usata per realizzare
la prima edizione in videocassetta del film, in quanto
fui io stesso a concederla in prestito alla CGR,
all'inizio degli anni Ottanta. Successivamente, quando
il film fu rieditato in videocassetta dalla Ricordi,
uscì invece in un'edizione ignobile e vergognosa perché
aveva tutta l'immagine tagliata ai lati (e, siccome
avevo girato Il ragno con l'enorme schermo del
Techniscope, questo significava che almeno un 40% di
ogni inquadratura mancava!). In più, erano del tutto
assenti la lunga sequenza dello stupro alternato
all'atto d'amore, oltre che le molte scene di sangue e
di coltellate.
E se qualcuno nota che, curiosamente, il film circola
ormai da più di venticinque anni senza che il nome di
Carlo Infascelli sia mai menzionato nei titoli di testa
e di coda, anche se fu l'uomo chiave per la sua
realizzazione, devo spiegare che ciò avviene per un
fatto preciso: concluso il primo montaggio della
pellicola, infatti, Infascelli vide il film e lo trovò
molto brutto. Insomma, si dichiarò del tutto deluso e
insoddisfatto e propose di rigirare tutta una serie di
sequenze per cambiarlo. Il produttore milanese
Tortorella invece ritenne che la pellicola andava
benissimo così com'era e che non c'era proprio bisogno
di rigirare alcunché, e così iniziò una lunga
discussione-lite con Infascelli, finché Tortorella non
ricomprò dallo stesso la sua quota del film,
estromettendolo in pratica dall'operazione. Poi
Tortorella cercò un altro distributore e lo trovò dopo
qualche fatica. E fu allora che iniziarono pure le
traversie con la commissione di censura delle quali ho
appena parlato.
Tutti questi imprevisti (la lite tra Infascelli e
Tortorella, la bocciatura da parte della censura, la
ricerca di una nuova distribuzione) provocarono un
grande ritardo nell'uscita dell'Assassino è costretto
a uccidere ancora (il nuovo titolo assunto da Il
ragno) e così la pellicola timidamente capolino nel
cinema solo alla metà del 1975. Questo spiega bene
perché non realizzai immediatamente un altro film di
quel tipo: oggi, infatti, Il Ragno (o
L'assassino è costretto a uccidere ancora) è
considerato un "cult" e viene valutato dai critici,
italiani e stranieri, come uno dei migliori "gialli
all'italiana" di quel periodo, e pertanto mi viene
spesso chiesto come mai non ne abbia realizzato subito
un altro. Ma il motivo dovrebbe essere ormai evidente a
chi ha letto questi miei ricordi: iniziai quel film
praticamente nel 1973 e lo vidi uscire soltanto verso la
metà del 1975. La sua genesi fu dunque molto, troppo
lenta e faticosa, e - sin dalla seconda metà del 1974 -
me ne ero già stancato e mi ero messo a cercare di
portare in porto altre imprese possibilmente più
semplici e remunerative: per esempio, nel settembre del
1974 presi a collaborare con la Libra Editrice per
preparare quella "Rassegna del Film di Fantascienza" che
tanto successo avrebbe poi avuto a Roma al cinema
Planetario nel gennaio del 1975, e proprio il successo
straordinario ottenuto da quella manifestazione mi
avrebbe spinto verso i sentieri della distribuzione dei
classici della fantascienza cinematografica, un compito
che mi tenne a lungo impegnato con profitto e che quindi
mi spinse a non considerare conveniente ripetere
l'esperienza fatta con Il Ragno (tra l'altro, quando il
film uscì nel 1975, ebbe scarso successo e fu quasi
ignorato dalla critica dell'epoca, che lo considerò un
sottoprodotto del filone argentiano, mentre, come gli
appassionati si sono accorti in seguito, era ben diversa
cosa).
È per tutto questo che quella de Il Ragno è
rimasta per me un'avventura che, pur se oggi mi sta
dando le soddisfazioni che non mi concesse allora, per
tutti i motivi in buona parte precedentemente spiegati è
rimasta unica nel corso della mia carriera. E non so se
adesso posso commentare questo fatto dicendo: "Per
fortuna!"
Tratto da I pinguini (http://www.ipinguini.com/cozzi.htm) / "Luigi Cozzi -
Un ricordo personale".
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